Quando un verbale di conciliazione può definirsi tombale.

A mente di consolidato orientamento della Cassazione (n. 4564/2014), il verbale di conciliazione è, ad ogni effetto, un atto negoziale, la cui interpretazione si risolve in un accertamento di fatto di esclusiva spettanza del giudice di merito. Tale interpretazione va operata ai sensi dell’art. 1362 e ss. c.c.

Pertanto, il sindacato di legittimità può avere ad oggetto non la ricostruzione della volontà delle parti, ma solo la verifica dell’esatta applicazione, da parte del giudice di merito, dei criteri ermeneutici previsti dalle norme suddette nell’interpretazione del verbale al fine di valutare se sia incorso in vizi del ragionamento o in errore di diritto (Cass. nn. 23395/2019, 2962/2013, 2109/2012 e 7557/2011).

Detta interpretazione si deve fondare sul significato desumibile dal tenore letterale del negozio, letto in connessione tra le varie parti dello stesso (Cass. nn. 2229/2019 e 11751/2015).

Pertanto, in presenza di un atto sottoscritto dal lavoratore, che per il datore di lavoro si traduca in una espressa volontà abdicativa o transattiva dello stesso dipendente, il giudice deve determinare il reale contenuto dell’atto, secondo le norme legali di ermeneutica contrattuale, in quanto applicabili ai negozi unilaterali, avendo presente, in particolare, che la generica dichiarazione di stile del lavoratore, di non aver altro a pretendere, è di per sé solo irrilevante, ove non accompagnata dall’indicazione dell’oggetto – che a pena di nullità deve essere determinato o determinabile – della rinuncia. Solo dopo che risulti l’intenzione abdicativa, in esito a tale indagine, effettivamente manifestata, si pone l’ulteriore problema circa l’esistenza e la ritualità della sua impugnativa, agli effetti dell’art. 2113 c.c. (Cass. Lav., nn. 7244/2014 e 6615/1987).

Invero, alla dichiarazione con la quale il lavoratore rinuncia a qualsiasi ulteriore pretesa derivante dal pregresso rapporto di lavoro può essere riconosciuto valore di transazione solo ove l’accordo tra lavoratore e datore contenga lo scambio di reciproche concessioni, essenziale ad integrare il relativo schema negoziale (Cass. Lav., nn. 22213/2020 e 28448/2018).

Va quindi dimostrato il vizio della volontà espressa dal lavoratore, ex art. 2113, comma quarto, c.c., ove essendo la conciliazione intervenuta presso la sede “protetta”. 

Detta ultima circostanza ha conferito all’atto di rinuncia/transazione sottostante un imprimatur di sostanziale definitività, rientrando, appunto, fra tali sedi protette, anche quella delle Commissioni di certificazione che, ai sensi dell’art. 82, D.lgs. n. 276/2003, “sono competenti altresì a certificare le rinunzie e transazioni di cui all’articolo 2113 del cod. civ. a conferma della volontà abdicativa o transattiva delle parti stesse”.