Giudice del lavoro e fallimentare: il riparto di competenza.

Con la sentenza n. 23528 del 27 agosto 2021, la Cassazione è tornata ad affrontare il tema del riparto di competenza tra giudice del lavoro e tribunale fallimentare, affermando la cognizione del giudice del lavoro in relazione a domande, di accertamento della cessione di ramo di azienda e della continuità del rapporto di lavoro in capo alla cessionaria, secondo l’art. 2112 c.c., in quanto atte a rivelare un interesse del lavoratore al riconoscimento e alla tutela della propria posizione all’interno dell’impresa in procedura concorsuale. 

Nel caso di specie l’azione è stata promossa da una lavoratrice che aveva citato giudizio due società, entrambe fallite nel corso del procedimento, per vedersi riconoscere il proprio diritto alla prosecuzione del rapporto di lavoro alle dipendenze delle cessionarie che si erano succedute, essendo intervenuto tra le due società un trasferimento di ramo d’azienda.

La questione di cui è causa attiene alla individuazione del rito applicabile, del lavoro oppure fallimentare, alla domanda di accertamento della cessione di ramo di azienda e del diritto della lavoratrice alla prosecuzione del rapporto di lavoro in capo alla cessionaria, con condanna di quest’ultima al risarcimento dei danni alla professionalità e al pagamento di differenze retributive, nel caso in cui intervenga, nelle more del giudizio, il fallimento della cessionaria medesima;

Il discrimine tra la sfera di cognizione del giudice del lavoro e del giudice fallimentare è stato tracciato da questa Corte, con orientamento ormai consolidato, sulla base delle rispettive speciali prerogative: del giudice del lavoro, quale giudice del rapporto e quindi delle controversie aventi ad oggetto lo status del lavoratore, essenzialmente radicato nei principi affermati dagli artt. 4,35,36 e 37 Cost., in riferimento al diritto ad una legittima e regolare instaurazione, vigenza e cessazione del rapporto e alla sua corretta qualificazione e qualità. E ciò per effetto dell’esercizio di azioni sia di accertamento mero, come in particolare di esistenza del rapporto di lavoro (Cass. 30 marzo 1994, n. 3151; Cass. 18 agosto 1999, n. 8708; Cass. 18 giugno 2004, n. 11439) o di riconoscimento della qualifica della prestazione (Cass. 20 agosto 2009, n. 18557; Cass. 6 ottobre 2017, n. 23418), ovvero di azioni costitutive, principalmente di impugnazione del licenziamento (Cass. 2 febbraio 2010, n. 2411), anche quando comprensive della domanda di condanna alla reintegrazione nel posto di lavoro (Cass. 3 marzo 2003, n. 3129; Cass. 27 febbraio 2004, n. 4051; Cass. 25 febbraio 2009, n. 4547; Cass. 29 settembre 2016, n. 19308), pure qualora conseguente all’accertamento di nullità, invalidità o inefficacia di atti di cessione di ramo d’azienda, in funzione del ripristino del rapporto di lavoro con la parte cedente, in caso di fallimento della cessionaria (Cass. 23 gennaio 2018, n. 1646); del giudice fallimentare, quale giudice del concorso, nel senso dell’accertamento e della qualificazione dei diritti di credito dipendenti dal rapporto di lavoro, in funzione della partecipazione al concorso (anche eventualmente in conseguenza di domande di accertamento o costitutive in funzione strumentale: Cass. 20 agosto 2013, n. 19271) e con effetti esclusivamente endoconcorsuali, a norma dell’art. 96 L. Fall., u.c., ovvero destinate comunque ad incidere sulla procedura concorsuale e che pertanto devono essere esaminate nell’ambito di quest’ultima per assicurarne l’unità e per garantire la parità tra i creditori (v. Cass. n. 7990 del 2018; Cass. n. 16443 del 2018; Cass. n. 24363 del 2017);

così delimitato il rispettivo ambito di cognizione del giudice del lavoro e del giudice fallimentare, si è sottolineata la diversità di causa petendi e di petitum tra le domande riguardanti il rapporto, di spettanza del primo e le domande di ammissione al passivo, di spettanza invece del secondo (Cass. 3 marzo 2003, n. 3129). Si è infatti osservato che, sotto il profilo della causa petendi, nelle prime rileva un interesse del lavoratore alla tutela della propria posizione all’interno dell’impresa, sia in funzione di una possibile ripresa dell’attività, sia per la coesistenza di diritti non patrimoniali e previdenziali, estranei alla realizzazione della par condicio (Cass. 29 marzo 2011, n. 7129; Cass. 29 settembre 2016, n. 19308; Cass. 3 febbraio 2017, n. 2975; Cass. 16 ottobre 2017, n. 24363); nelle seconde rileva invece solo la strumentalità dell’accertamento di diritti patrimoniali alla partecipazione al concorso sul patrimonio del fallito. Sotto il profilo del petitum, la distinzione è posta tra domande del lavoratore miranti a pronunce di mero accertamento oppure costitutive, rientranti nella cognizione del giudice del lavoro oppure domande dirette alla realizzazione di diritti di credito a contenuto patrimoniale, anche se accompagnate da domande di accertamento o costitutive aventi funzione strumentale, appartenenti alla cognizione del giudice fallimentare (Cass. 20 agosto 2013, n. 19271; Cass. 16 ottobre 2017, n. 24363; n. 16443 del 2018 in motiv.).