Divieto di licenziamento in costanza del periodo di prova.

Il Tribunale di Roma, con la sentenza, ha verificato nel caso in esame l’esistenza di un motivo illecito, del tutto estraneo al patto di prova e all’esito dello stesso, che ha determinato l’illegittima risoluzione del rapporto di lavoro tra le parti. 

La ricorrente ha iniziato il suo rapporto di lavoro alle dipendenze della società resistente il 1 marzo 2020. Appena 10 giorni dopo in Italia è stato decretato lo stato di emergenza ed è iniziato il lungo periodo di lockdown. 

Costituisce fatto notorio la circostanza che con l’avvento della pandemia le strutture alberghiere italiane hanno, di fatto, cessato la propria attività ordinaria.

In data 16 aprile 2020, la società resistente recedeva dal rapporto di lavoro. Ciò posto, la giurisprudenza di legittimità, in fattispecie di licenziamento ritorsivo, ha precisato che, pur spettando al lavoratore l’onere della prova del motivo illecito determinante, il giudice è tenuto a verificare tutto il complesso degli elementi acquisiti al giudizio, compresi quelli già considerati per escludere l’esistenza del motivo formalmente posto alla base del licenziamento irrogato, nel caso in cui questi elementi, da soli o nel concorso con altri, nella loro valutazione unitaria e globale consentano di ritenere raggiunta, anche in via presuntiva, la prova dell’esistenza del motivo illecito determinante (Cass. n. 23583/2019; Cass. n.24648/2015; in linea con Cass. n. 17087/2011). Nel caso in esame, secondo il Tribunale romano, esistono i indizi gravi, precisi e concordanti, capaci di assurgere a rango di prova (in tema di patto di prova, vedi Cass. 31159/2018 e Cass. n. 17753/2000) a conforto della tesi che il recesso è stato deciso dalla società per conclamati motivi economici piuttosto che per motivi legati all’espletamento della prova, avendo avuto tale società la necessità di eliminare una posizione di lavoro costosa.

Orbene, prosegue il Tribunale, l’estromissione dal contesto aziendale di una dipendente divenuta troppo onerosa in questo contesto storico trova un limite insormontabile nel disposto di cui all’art. 46 del D. L. 18/2020 (cd. “Decreto Cura Italia”) come modificato dall’art. 80 del D. L. 34/2020 (cd. “Decreto Rilancio”) e successivi provvedimenti che, al fine di contenere gli esiti negativi della pandemia sui lavoratori, hanno disposto, almeno il divieto di licenziare i dipendenti per motivi economici e/o organizzativi, a prescindere dalla dimensione occupazione dell’azienda e dal numero dei dipendenti.

Non può che conseguirne la nullità assoluta del recesso datoriale ai sensi del combinato disposto degli artt. 1418 e 1345 c. c., essendo stato il reale motivo che ha giustificato il provvedimento espulsivo violativo dell’art. 46 D. L. 18/2020. Tale conclusione trova espressa conferma nell’orientamento della consolidata giurisprudenza secondo il quale un licenziamento è giustificato da motivo illecito ogniqualvolta il provvedimento datoriale è basato su una “finalità vietata dall’ordinamento, poiché contraria a norma imperativa o ai principi dell’ordine pubblico o del buon costume, ovvero poiché diretta ad eludere una norma imperativa” (in tal senso Cass. n. 10603/1993). All’illiceità del motivo consegue, sempre in virtù del combinato disposto normativo citato, la radicale nullità del recesso datoriale: “…è nullo il licenziamento determinato in maniera esclusiva da un motivo illecito” (Cass. n. 4747/1995). Ne consegue, a norma dell’art. 2 D. Lgs. 23/2015, che venga emesso a carico del datore di lavoro l’ordine di reintegrazione in servizio della lavoratrice con la conseguente condanna al risarcimento del danno così come quantificato in dispositivo, somma ritenuta assorbente di tutto quanto chiesto in ricorso a titolo risarcitorio, nonché al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali. 

Inoltre la società resistente deve essere condannata a corrispondere alla lavoratrice la soma relativa alle mensilità maturate e non pagate, così come quantificate in ricorso, in assenza di contestazione sia sull’an sia sul quantum debeatur, oltre accessori di legge.