Licenziamento del dirigente: dietrofront del Tribunale di Roma.

Il Tribunale di Roma, con ordinanza del 26 febbraio 2021, aveva allargato ai dirigenti il divieto dei licenziamenti individuali introdotto dalla decretazione emergenziale e prorogato, quindi, sino al 31 marzo 2021 dalla legge n. 178/2020, stabilendo che la ratio del blocco dei licenziamenti, che risiede nell’esigenza di “non lasciare che il danno pandemico si scarichi sistematicamente ed automaticamente sui lavoratori”, è applicabile anche alla categoria dei dirigenti. 

Il Giudice ha affermato inoltre che l’esclusione dei dirigenti dal divieto dei licenziamenti individuali “pone in limine un problema di ragionevolezza” con riferimento all’articolo 3 della Costituzione, aggiungendo che “ancor meno risulta comprensibile perché il divieto dovrebbe operare per costoro in caso di licenziamento collettivo e non in caso di licenziamento individuale, a differenza degli altri lavoratori”.

Una lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 46 del Decreto Cura Italia ha portato, quindi, alla conclusione che sia da preferirsi una interpretazione che faccia salva l’estensione ai dirigenti della tutela sul blocco dei licenziamenti individuali.

Successivamente, il Tribunale di Roma, con la sentenza n.  3605/2021, ha rivisto la propria posizione, escludendo dal divieto di licenziamento i dirigenti per la mancanza di ammortizzatori sociali che possano controbilanciare la compressione del diritto di iniziativa economica ex art. 41 Costituzione

Il Giudice di merito motiva la propria decisione basandosi sul dato letterale dell’art. 46 del c.d. «Decreto Cura Italia» a norma del quale il datore di lavoro, indipendentemente dal numero dei dipendenti, non può recedere dal contratto per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell’articolo 3, della Legge n. 604/1966. Sul punto, il Tribunale ricorda come quest’ultima disposizione «non si applica i dirigenti sia per espressa previsione normativa sia per consolidato principio giurisprudenziale».

In secondo luogo, il Giudice pone in evidenza un ulteriore elemento fondamentale, che tuttavia non era stato considerato nell’ordinanza del 26 Febbraio u.s. Ed infatti, per il Tribunale di Roma “il dato letterale, e cioè l’esclusione della figura del dirigente convenzionale dal blocco dei licenziamenti, risulta coerente con lo spirito che sorregge l’eccezionale ed emergenziale previsione del blocco dei licenziamenti” e che ha portato ad un pressoché generalizzato ricorso agli ammortizzatori sociali.

Il sistema di tutele adottato in fase emergenziale si fonda infatti sulla simmetria tra il blocco dei licenziamenti e l’utilizzo di ammortizzatori sociali attraverso i quali il costo del lavoro è posto a carico della collettività.

Alla base della decisione vi è la ratio della normativa emergenziale per cui il veto non può essere slegato dal corrispondente sostegno della cassa integrazione guadagni offerto alle aziende.

“Con riguardo ai dirigenti detto binomio non può stare in piedi, poiché a questi ultimi non è consentita, almeno in pendenza del rapporto di lavoro, di accedere agli ammortizzatori sociali. Di conseguenza, nell’ipotesi in cui venisse esteso il blocco dei licenziamenti anche ai dirigenti, il datore di lavoro si ritroverebbe nella condizione di non poter reperire una soluzione sostitutiva (…) che permetta loro di garantire reddito a tutela occupazionale senza costi aggiuntivi”.