Se il fatto non sussiste il lavoratore ha diritto alla reintegra.

La Consulta, con la sentenza n. 59 depositata il 1° aprile 2021, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 18, settimo comma, secondo periodo, dello Statuto dei Lavoratori nella parte in cui prevede che il giudice, accertata la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, “possa” e non “debba” applicare la tutela reintegratoria attenuata (ossia la reintegrazione nel posto di lavoro oltre ad un’indennità non superiore a 12 mensilità, detratto l’aliunde perceptum e l’aliunde percipiendum).

Secondo la Corte, “Il carattere meramente facoltativo della reintegrazione rivela, anzitutto, una disarmonia interna al peculiare sistema delineato dalla legge n. 92 del 2012 e viola il principio di eguaglianza” ex art. 3 Cost.

La ragione di tale “disarmonia” risiederebbe nel fatto che il legislatore, in questo modo, avrebbe previsto rimedi ingiustificatamente diversificati (ovvero uno obbligatorio, l’altro puramente facoltativo) nell’analoga ipotesi di manifesta insussistenza del fatto in relazione alle due fattispecie di licenziamento, quello disciplinare e quello per giustificato motivo oggettivo.

Per il Giudice delle leggi ritiene che la differenza concettuale tra il licenziamento per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo non giustificherebbe “una diversificazione quanto alla obbligatorietà o facoltatività della reintegrazione, una volta che si reputi l’insussistenza del fatto meritevole del rimedio della reintegrazione e che, per il licenziamento economico, si richieda finanche il più pregnante presupposto dell’insussistenza manifesta”.

Secondo la Corte, peraltro, vi sarebbe anche un profilo di “irragionevolezza intrinseca del criterio distintivo adottato” in quanto, così formulata, la norma prevede un potere discrezionale al Giudice ma non chiarisce i “criteri applicativi” idonei a circoscrivere la discrezionalità giudiziale.

Sotto tale profilo la Corte non ritiene ragionevole l’orientamento giurisprudenziale secondo cui il Giudice possa svincolarsi dal rimedio reintegratorio laddove esso risulti “eccessivamente oneroso” (v. Cass. 2 maggio 2018 n. 10435: una accertata eccessiva onerosità di ripristinare il rapporto di lavoro può consentire al giudice di optare – nonostante l’accertata manifesta insussistenza di uno dei due requisiti costitutivi del licenziamento – per la tutela indennitaria).

Secondo il Giudice delle Leggi tale criterio può “prestarsi a condotte elusive”, posto che il fatto che nelle more di un giudizio sia cambiata la struttura organizzativa aziendale non ha alcuna attinenza con la gravità del licenziamento e peraltro è un qualcosa che è direttamente riconducibile proprio al datore di lavoro, che tale licenziamento ha intimato.