Il patto di non concorrenza nullo per indeterminatezza del corrispettivo.

Con l’ordinanza n. 5540 del 1° marzo 2021, la Cassazione torna ad affrontare il tema della legittimità del patto di non concorrenza, affermando che quest’ultimo non può essere giudicato nullo per indeterminatezza del corrispettivo, solo in ragione dell’assenza di un importo minimo garantito in caso di risoluzione anticipata del rapporto di lavoro.

La vicenda affrontata, trae origine dalla impugnazione di una sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Milano, la quale accoglieva la domanda della lavoratrice, volta ad ottenere la declaratoria di nullità del patto di non concorrenza stipulato con la società datrice di lavoro, deducendo la mancata determinazione o determinabilità del corrispettivo riconosciuto a favore della dipendente a fronte delle limitazioni professionali imposte e per la conseguente impossibilità, per il lavoratore e poi per il giudice di verificare la sua congruità in relazione al sacrificio professionale richiesto; nonché la mancata previsione all’interno dell’accordo di una durata minima del patto o della corresponsione a favore della prestatrice di un importo minimo garantito e predeterminato a priori nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro.

Tutto ciò determinava – secondo la Corte d’Appello di Milano – uno squilibrio tra le parti ed un assetto contrattuale sbilanciato a favore del datore di lavoro, rendendo incongruo il corrispettivo stabilito al momento della sottoscrizione dello stesso.

Infatti, il patto di non concorrenza costituisce una fattispecie negoziale autonoma, dotata di una causa distinta, configurando un contratto a titolo oneroso ed a prestazioni corrispettive, in virtù del quale il datore di lavoro si obbliga a corrispondere una somma di denaro o altra utilità al lavoratore e questi si obbliga, per il tempo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro, a non svolgere attività concorrenziale a quella del datore di lavoro.

La Cassazione – nel ribaltare la statuizione della Corte d’Appello – rileva, preliminarmente, che il patto di non concorrenza è nullo se non risulta da atto scritto, se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo e, infine, se non è pattuito un corrispettivo a favore del lavoratore.

In ordine a quest’ultimo aspetto, i Giudici di Piazza Cavour affermano che il corrispettivo stabilito nel patto – essendo diverso e distinto dalla retribuzione – deve possedere soltanto i requisiti previsti in generale per l’oggetto della prestazione ai sensi dell’art. 1346 c.c. e, quindi, deve essere determinato o determinabile.

Ancora. Secondo i Giudici di legittimità, dunque, è ravvisabile la nullità del patto di prova per violazione dell’art. 2125 c.c., solo qualora il corrispettivo non sia pattuito ovvero sia simbolico o manifestamente iniquo o sproporzionato.

Su tali presupposti, la Suprema Corte accoglie il ricorso e cassa con rinvio la sentenza impugnata, non avendo i giudici di merito tenuto adeguatamente conto del predetto principio.